DIVIETO DI MANDATO IMPERATIVO, IL SALE DELLA DEMOCRAZIA.

03 Novembre 2017
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La nostra Costituzione prevede all’articolo 67 il “divieto di mandato imperativo” recitando: <Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato>. Il che significa appunto che un parlamentare non può essere vincolato a direttive o imposizioni del partito nelle cui fila è stato eletto, perché, approdato al parlamento, sia esso Camera o Senato, egli rappresenta la Nazione, secondo, esclusivamente, la propria coscienza.

Il che non vuol dire che non debba seguire le direttive del partito ma significa che, se non le approva, o se nel corso del dibattito se ne fa una diversa idea, è libero di votare secondo coscienza. Potrà, se vuole, cambiare raggruppamento partitico senza perdere il suo status di parlamentare, ovvero votare diversamente in quello specifico caso. E’ questa, quella del divieto del mandato imperativo, una delle più grandi conquiste della democrazia che nasce in Europa nelle prime fasi della rivoluzione francese quando i delegati rinunciarono (ma l’ho già detto mille volte) ai mandati ricevuti tramite i famosi cahiers de doléance dai loro dipartimenti, con i quali avrebbero dovuto semplicemente inoltrare al Re le proprie rimostranze o richieste. Ritennero invece opportuno di “rappresentare la nazione” (e non il singolo dipartimento), dando vita all’Assemblea nazionale che cominciò a fare la vera rivoluzione. E se ancora non siete convinti della democraticità e validità della norma facciamo così. I teoremi si dimostrano a volte per assurdo. E quindi ragioniamo au contraire. Immaginiamo cioè che non esista l’art.67. E immaginiamo che una piccola minoranza degli elettori (basta il 38%!!! che quindi non rappresenta l’intera popolazione nazionale, né la sua maggioranza) prenda il potere in assenza di divieto di mandato imperativo. I parlamentari eletti non sarebbero altro che burattini nelle mani del potente -minoritario- di turno. Si instaurerebbe una vera e propria dittatura. Come recentemente è avvenuto in Ucraina.Il vincolo di mandato è stato vigente nella Costituzione dell'Ucraina, per circa sei anni, dopo la riforma costituzionale dell'8 dicembre 2004. La misura fu aspramente criticata dall'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa che la giudicò inaccettabile per uno stato democratico e non in linea con le raccomandazioni elaborate dalla Commissione di Venezia del 2004, chiedendone una pronta abrogazione. Quest'ultima, peraltro, ebbe luogo solo il 5 ottobre 2010, non su iniziativa parlamentare ma a seguito di pronuncia della Corte Costituzionale dell'Ucraina. Il mandato imperativo, nei sei anni della sua vigenza, tornò utile al Presidente Viktor Juščenko che se ne avvalse come strumento politico nel frangente la Crisi politica ucraina del 2007, quando, per porre termine al braccio di ferro con il Parlamento ucraino, ne decise lo scioglimento motivando il gesto con il passaggio di alcuni deputati al partito Alleanza di Unità Nazionale.
Quindi, anche se sembra impopolare e dà adito a ragionamenti qualunquisti ogni volta che qualche parlamentare cambia casacca, la norma, di per sé, è valida e democraticamente efficace. Non è un caso che il mandato imperativo sia vigente nei regimi totalitari con finte strutture democratiche. Con un’importante eccezione, qui in Europa. In Germania infatti esistono il Bundestag ed il Bundesrat. Il primo è eletto dal popolo, come noi eleggiamo i nostri parlamentari (sia onorevoli che senatori). Privi del mandato imperativo, cioè svincolati dai partiti che li eleggono. Il Bundesrat invece è emanazione dei singoli Lander, (le regioni tedesche) e i rappresentanti che lo compongono soggiacciono al mandato imperativo dei Lander che li hanno designati. Cioè mentre nel Bundestag un parlamentare può votare “secondo coscienza” ovvero secondo il noto principio costituzionalista del “by discussion”, anche in maniera difforme dal partito nelle cui fila è stato eletto, a tutela della democrazia reale e della rappresentanza complessiva degli interessi nazionali, nel Bundesrat il delegato deve soggiacere ai dettami del Land da cui proviene. “Vai là e vota come ti dice la tua Regione”. Il divieto di mandato imperativo è presente anche negli statuti comunali. Nei regolamenti per il funzionamento dei consigli stessi, laddove esistenti, si prevede poi che un consigliere possa fare dichiarazione di voto difforme da quella del proprio capogruppo. E votare quindi indipendentemente dal proprio gruppo tra le cui file è stato eletto.
Insomma, sta ai partiti tenere uniti i propri rappresentanti su tesi comuni, magari lavando i panni sporchi in casa; se ciò non avviene non resta che commentare “chi è causa del suo mal pianga sé stesso.”

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