STEFANIA DE STEFANIS CICCONE: ‘LE NAVI BIANCHE DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE CI RIPORTARONO IN ITALIA’

13 Marzo 2017
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Colloquio con la prof.a Ciccone che rimpatriò bambina dall’Africa

Quello delle ‘Navi Bianche è un’importante evento storico della seconda guerra mondiale grazie al quale vennero rimpatriate in Italia decine di miglia di persone: donne, bambini, anziani, ammalati. Un evento umanitario senza precedenti che gli inglesi, vittoriosi in Africa, concessero agli italiani che trasformarono quattro navi passeggeri dipingendole di bianco con ben in vista croci rosse per evitare il siluramento. In Africa con la famiglia in quegli anni c’era anche la piccola Stefania De Stefanis; con la mamma e il fratellino Furio avevano raggiunto il padre, ufficiale e amministratore, rimasto nelle terre conquistate. Poi la guerra portò altrove gli eventi e si pose il problema del rientro in Italia. La sig.ra Stefania, una laurea in chimico-fisica a Firenze nel 1954, in quell’anno conosce Henry Ciccone di Vancouver che studia all’Accademia delle Belle Arti.

Due anni dopo si sposano e Stefania va a vivere a Vancouver dove l’abbiamo raggiunta. Si iscrive nuovamente a Firenze (e all’epoca vi torna ogni anno per alcuni mesi con i due figli Marco e Cristina) dove si laurea ancora nel 1968 in Storia della Lingua: 110 e lode. Inizia in Canada la carriera Accademica. Insegna e pubblica molto; in particolare una “monumentale” Stampa Milanese del Primo Ottocento, Testi e Concordanze,  una specie di vocabolario dell’italiano pre-unificazione; un libro sulla Questione della Lingua nei periodi  del Primo Ottocento ed inoltre  una edizione critica della  Vita dell’Alfieri. ‘Mi sono sempre giovata, mi dice,  della collaborazione di giovani studiosi che sono nel tempo diventati tutti accademici di grande valore. Amo il Canada. Sempre di più!’. Sulla sua esperienza di bambina in Africa sta scrivendo un libro. “I miei ricordi delle Navi Bianche, del viaggio lunghissimo di Periplo dell’Africa, sono quelli di una bambina che ha appena compiuto 12 anni e che, provenendo da Gondar,  ha passato quasi due anni da profuga ad Asmara. Una bambina con due fratellini più piccoli (Furio di sette e Sandrino di quattro anni nato in Africa) e una madre formidabile accanto, che riesce a far sembrare interessanti se non piacevoli tutte le nostre avventure”. Madre con una fede fortissima che si coglie dalle lettere che scrive al marito. “Io ricordo alcune cose molto vividamente altre come in un sogno”. “Vedo una mattina luminosa e le navi che ci aspettano. Sono lontane dal porto e dobbiamo raggiungerle con una barca grande, larga e bassa, a motore. Ogni volta che vedo immagini di barche straripanti di migranti arrivare a Lampedusa, penso alla nostra barca, al nostro orribile, ma breve, viaggio verso la bianca Duilio. E il cuore mi si stringe. Siamo stipati, noi, giù in stiva, non potevamo uscire. Mia madre era alta e teneva in braccio Sandrino che doveva pesarle, Furio ed io rimanemmo in basso, soffocati dal caldo, dal rumore, dall’odore del carbone e del sudore”. Arrivati alla Duilio “Dei marinai sorridenti ci aiutarono ad arrampicarci su una scaletta e salire a bordo; a me uno degli uomini sul ponte della nave che era bellissimo e parlava italiano mi disse “benvenuta a bordo, signorina” e mi aiutò a salire. Io piangevo dalla gioia. Arrivati sul ponte, qualcuno mi dette una mela. A noi fu assegnata una cabina in uno dei piani più bassi. Piccolissima con due letti a castello, ma tutta per noi. Noi bambini, quando non eravamo chiamati alle adunate per esercitazioni eravamo liberi di andare dove volevamo e Furio spariva sempre. Mia madre, finalmente si rilassava un po’ leggendo avidamente tantissimi libri della ricchissima biblioteca della nave. La lunghissima traversata la seguivamo sulle carte geografiche.  Attraversammo il Canale di Mozambico e l’Equatore e arrivammo alla punta dell’Africa, quasi al Capo di Buona Speranza;  ci fermammo un po’ prima, al largo di Port Elizabeth a fare provviste, suppongo. Ma  a Port Elizabeth ci fu un brutto momento. A bordo c’erano i ‘clandestini’. Uomini che si erano imbarcati a Massaua di nascosto e che l’equipaggio italiano proteggeva. Poco dopo l’ancoraggio a Port Elizabeth un barcone militare si avvicinò velocissimo. E  la loro cattura ebbe luogo molto rapidamente. Mia madre mi rassicurò: ‘Li mandano in un campo di concentramento come quello del tuo papà’.    Durante la risalita dell’Atlantico verso Gibilterra e il Mediterraneo noi bambini De Stefanis fummo colpiti dalle malattie infettive ‘dell’infanzia’ che non c’erano in Africa, ma ci aspettavano nascoste nelle navi. La prima credo fosse la Varicella che ci costrinse ad essere ‘prigionieri’ in cabina per molto tempo. Finalmente si arrivò a Gibilterra. Quella notte vennero lanciate bombe di profondità contro un sottomarino tedesco che aveva seguito la nostra rotta lungo l’Atlantico per entrare nel Mediterraneo. La mattina dopo tutt’intorno alla nave c’erano i relitti del sottomarino e credemmo di vedere anche parti di corpi umani. Forse una delle scene  di guerra più desolanti della mia difficile infanzia. Gli ultimi giorni di navigazione, con pilota italiano, attraverso il Mediterraneo e il Canale di Sicilia furono come un sogno. E come un sogno fu l’arrivo, al porto di Brindisi, quando trovammo mia nonna e toccammo finalmente il “sacro suolo della patria”. Ma noi tre bambini De Stefanis avevamo preso una terribile tosse convulsa, e per fortuna mia nonna, che era venuta a prenderci da Roma tutta in ghingheri, ed era salita sul ponte con le Autorità, ci ottenne uno scompartimento isolato nel treno che ci portò a casa, a Roma”. La storia, questa pagina di storia, la leggeremo più ampia nel libro che la prof.a Stefania sta scrivendo rielaborando i ricordi di una bambina trovatasi a vivere eventi molto più grandi della sua giovanissima età.

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