TROPPO USO DEL TERMINE "POPULISMO"

24 Aprile 2017
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Signor Direttore,

Oogni giorno che passa i nostri parlamentari, attraverso la televisione e la stampa fanno grande uso del termine “populismo”. Termine usato da tutti i partiti dalla estrema destra fino alla sinistra più radicale. Eravamo convinti che il termine populista significasse ispirazione popolare e umanitaria. Facesse riferimento ai popoli che lottano per liberarsi dagli squilibri sociali. Cioè dalla miseria e dalla soggezione dei più potenti.  Ora invece i politici usano questo aggettivo per interessi di bandiera, senza tener conto della sua applicazione messa in atto nel dopo guerra e che sotto intendiamo dimostrare. Dopo aver concordato e approvato la Carta Costituzionale, alle elezioni politiche del 1948 parteciparono sette partiti. Nonostante lo scontro politico si trovarono d’accordo per ricostruire l’Italia. Si accordarono sull’orario di lavoro; sui salari; sull’assistenza e assicurazione del personale; sulle ferie; sul “lodo De Gaspari”; sulla terra a chi la lavora e tante altre iniziative. Il parlamento era rappresentato da 73 contadini ancora coi calli nelle mani. Altri 158 erano i prestatori d’opera, sempre lavoratori del braccio.

La maggior parte erano braccianti e operai.  Alcuni onorevoli erano stati chiusi nelle galere perché antifascisti, oppure avevano scelto l’esilio, il confino, o qualche convento. Non mancavano comandanti di brigate partigiane. Corposa era la rappresentanza della pubblica amministrazione. Erano presenti proprietari terrieri e industriali, bresciani compresi. Chi sedeva sugli scanni più alti, prima di adottare iniziative, coinvolgeva la cittadinanza consultando la popolazione attraverso i partiti, i sindacati e le organizzazioni interessate.  Siamo convinti che con l’inizio degli anni novanta non fu solo tangentopoli a provocare la dissoluzione dei partiti e il tracollo della prima Repubblica. Si tenga conto che nel contempo si stava estinguendo una classe politica dovuta all’età e la storia cambiava rapidamente. Inoltre esisteva un tarlo fin dall’inizio degli anni settanta. Era l’approvazione dei lauti compensi e ferire per i magistrati, quando si era già a conoscenza che lo stesso trattamento era in procinto per gli onorevoli.  Di conseguenza gran parte di deputati e senatori persero il posto,sostituiti  prevalentemente da attivisti politici e sindacali. Da laureati in giurisprudenza, in gran parte con poca clientela nella loro attività, o addirittura disoccupati. Molti seggi andarono al mondo del pubblico impiego, scuola compresa.  Faceva capolino la giustizia, messa all’indice nei comizi del 1948 da tutti i partiti. Fattori che provocarono la scomparsa dal parlamento di coloro che usavano “l’ot gumet”, ( il lavoro del braccio). L’agricoltura spariva, le altre attività del lavoro manuale rimarranno solo sulla carta di identità di qualche onorevole, forse scaduta. La persona di buon senso dovrebbe chiedersi: come è possibile formulare una Legge che regola una determinata professione se questa non si conosce? Le commissioni parlamentari dovrebbero essere composte, non sulla base della rappresentanza politica, ma con prevalenza da persone che conoscono la materia in merito. Mentre i capi politici e chi ci rappresenta in parlamento, ritengono di essere multiformi e recitano sempre lo stesso sermone. Cambiano solo la dicitura della materia di riferimento. I più agguerriti si presentano davanti al video, o scrivono sui giornali per parlar male dell’avversario politico, con animosità, disprezzo e gesti personali non certamente ortodossi.  L’attuale termine “populista” non è quello che animò le masse in Russia, negli Stati Uniti, in Francia e altre nazioni, in epoche diverse. Pertanto l’aggettivo in oggetto diventa un’arma fallace e ingannevole. E’ forse questa la pedagogia che dobbiamo insegnare ai nostri figli, ai nostri nipoti e alle giovani leve? Di questo passo l’Italia dove andrà a finire?
 
Claudio Zanelli

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